Se ti dico “muori” potresti morire davvero; se leggi “morte” potresti morire davvero: L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus mostra il veleno delle parole

Perché leggere L’alfabeto di fuoco, di Ben Marcus? Di seguito due o tre motivi:

1) La trama. Sì, può sembrare scontato ma la trama gioca un ruolo importantissimo quando si tratta di scegliere la prossima lettura. In questo caso è a dir poco eccezionale: in uno scenario apocalittico degno di Fahrenheit 451, si scopre che il linguaggio è tossico. Di qualsiasi tipo, che sia orale o scritto. Immaginate che qualcuno vi parli e che le onde sonore che escono dalla bocca del vostro interlocutore vi colpiscano come coltelli, come veleno che vi fa ammalare: la pelle si indurisce, il respiro si mozza, la lingua diventa di pietra. Un’esposizione prolungata vi porta alla morte. Il romanzo, in breve, segue la storia di una famiglia divisa da questa piaga spaventosa e indicibile. I bambini soltanto sono immuni, ma la loro voce è letale per tutti gli adulti.

2) L’intreccio. Ebbene sì, la trama può anche essere interessante, ma ciò che arricchisce la storia sono le deviazioni che dal punta A portano al punto B. Flashback, personaggi secondari, antagonisti, pause riflessive.

3) La forma. Ben Marcus utilizza la prima persona singolare, il punto di vista del protagonista Sam, per raccontarci la storia come un diario di resoconti su come è nata l’epidemia, come si è sviluppata, come ha influenzato il suo rapporto con la moglie e la figlia (di una lucidità pazzesca) e con la società, come ha trasformato il suo corpo e il suo modo di pensare; è una narrazione a posteriori: il narratore Sam scrive in un momento del futuro in cui la situazione sembra “stabile” partendo dall’inizio dei fatti.

4) I livelli di interpretazione. Qui ci si può sbizzarrire. Nel 2018 la comunicazione è ridotta all’osso, a messaggi con lettere storpiate per fare prima, a tweet con un numero massimo di caratteri disponibili, a messaggi vocali. La comunicazione oggi è così sociale e facilmente usufruibile che ci si permette di dire/scrivere qualsiasi cosa, soprattutto protetti da uno schermo, senza la minima considerazione degli effetti che quelle parole possono avere su chi le legge. L’insulto, la volgarità e l’ingiuria sono diventati la normalità. Si comunica inconsapevoli di maneggiare un’arma potentissima. Nel romanzo tutto questo è portato all’estremo: le parole uccidono davvero. Parole ascoltate o lette. In qualsiasi lingua, con qualsiasi alfabeto. Un aspetto è, a mio parere, fondamentale nella descrizione della tossicità delle parole: ad un certo punto si dice che alcune frasi fanno stare peggio rispetto ad altre, ad esempio quelle in cui si parla in prima persona, dicendo “io”. Ecco, l’egocentrismo è portatore di malattia, di veleno. L’egocentrismo amplifica il dolore. L’egocentrismo uccide la comunicazione.

5) La filosofia. Questo straordinario romanzo è intriso di filosofia umana e sociale. Ben Marcus ci sbatte in faccia i dialoghi drammatici, tristi e così veri di una figlia scontrosa e reticente nei confronti dei suoi genitori. Ci mostra la frustrazione dei genitori nel non saper trovare il modo giusto per comunicare con la figlia, che sembra costruire muri e barriere pur di essere lasciata in pace. Sono dialoghi che fanno male, ed è impossibile non provare immensa pietà per quest’uomo e questa donna costretti ad allontanarsi da ciò che amano più al mondo pur di sopravvivere. Questo romanzo è pieno di riflessioni drammatiche sulla solitudine, sul saper lasciar andare, sul dolore fisico e mentale, sulla perdita del linguaggio come mezzo di socializzazione. Questo romanzo è doloroso e riflessivo. Riflette un mondo non troppo diverso dal nostro e ti porta a riflettere di rimando.

6) La copertina:

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Grazie a Black Coffee per aver portato questo titolo in Italia, con la traduzione di Gioia Guerzoni.

 

Grazie a voi che leggete.

Andrea Elia

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